Il futuro dei movimenti è strettamente legato al tipo di rapporto che essi riusciranno a stabilire con i partiti.

Al momento attuale, l’ipotesi che il loro momentaneo implodere dipenda in larga misura dalla pervicace volontà auto-referenziale dei partiti è molto realistica. Questi si oppongono ad un’invasione di campo da parte di nuovi e non omologati professionisti della politica (come qualche autorevole leader continua a sostenere) e alla loro “pretesa” di partecipare alla definizione degli obiettivi e della strategia dei partiti e, indirettamente, a quella di orientare il futuro del paese.

Una difesa che si fonda su ragioni spesso difficili da comprendere, anche se non si vuole, un po’ qualunquisticamente, liquidarla come di pura autotutela dell'”organizzazione partito” e di chi vi opera all’interno.

L’unico ruolo concesso dai partiti ai movimenti sarebbe quello di “portatore di voti”. Al di fuori di questo compito, liste civiche o nuove sigle rappresentative dei movimenti non sono considerate positivamente e, anzi, osteggia-te anche se non apertamente. La logica sottostante — assolutamente miope – sembrerebbe essere quella di ritenere che la debolezza dei movimenti è la forza dei partiti e viceversa.

Ovviamente la alternativa opposta (la forza dei movimenti e della società civi-le conduce alla trasformazione in partiti “leggeri”) non viene, dai politici, neppure presa in considerazione.

Anche la possibilità che i movimenti funzionino come momento propositivo e di sprone (nel linguaggio dei movimenti essere “spina nel fianco” dei partiti) sembra, oggi, molto difficile a realizzarsi. Ancora non si è superata l’offesa provocata dal grido di Moretti («con questi politici non vinceremo mai!») che ha reso manifesto l’impossibilità di arrivare ad un accordo che appare difficile se non impossibile.

Una totale — anche se assurda — incomunicabilità tra le due parti è, quindi, lo scenario attuale. Sembrerebbe, quindi, che i movimenti siano costretti a trovare forme organizzative di tipo vicario per “portare avanti” le loro posizioni o candidati: liste civiche, candidati non provenienti dal mondo della politica o eterodossi.

Quando ciò avviene e la mobilitazione riesce a coinvolgere larghi strati della popolazione, i partiti “sono costretti” a non opporsi, almeno nel periodo elettorale. In molte situazioni locali ciò è avvenuto con la nascita di liste e candidati “esterni” ai partiti tradizionali: si vedano i casi Emiliano e Soru esaminati in questo volume.

Ma il finto idillio è destinato a durare poco. Ben presto i partiti rivendicano il loro ruolo tradizionale. I partiti (anche quelli di sinistra a cui guardano essenzialmente i movimenti) non amano questi nuovi protagonisti e le nuove forme della politica da questi proposte. Le molteplici ragioni di un tale atteggiamento possono essere (pag. 36) riassunte in due principali.

La prima è che questo nuovo modo di fare politica, naturalmente ingenuo, ha come immediata e naturale conseguenza la richiesta di una forte trasparenza sugli obiettivi e le regole del gioco, oltre che sugli accordi e le strategie per raggiungerli. In questa prospettiva mal si sopportano verticismi, tattiche di accordo-scontro tra capi e correnti interne, tatticismi parlamentari incomprensibili a chi ignora (e vuole ignorare) le consolidate regole del “gioco della politica”, specialmente quando questo sembra del tutto formale e senza contenuti immediatamente evidenti e condivisibili.

Ancor meno si sopporterebbero collusioni con interessi privati, giochi di lobbing e collusioni tra politica e potentati economici. È questa una posizione alquanto moralista, ma rientra nella logica di una democrazia partecipata “dal basso” (e naturalmente fondamentalista) come è quella dei movimenti.

La seconda, più cattiva, si riferisce alla politica intesa come mestiere più che come professione, come invece la intendeva M. Weber. Il mestiere prevede una lunga faticosa e poco retribuita gavetta nelle organizzazioni periferiche del partito nella speranza di futuri incarichi più prestigiosi e remunerativi.

In questa prospettiva si comprende perché sia mal tollerato l’ingresso di un certo numero di quadri provenienti dall’esterno dell’organizzazione partito e tendenzialmente più noti (e, quindi, votati) per una loro maggiore visibilità e credibilità almeno per una parte dell’elettorato, forse minoritaria ma attenta e attiva.

Una concorrenza avvertita come sleale e rifiutata in nome dei valori di professionalità (ma quale?) e lealtà verso il partito. I più cattivi sostengono che, anche perdendo, i politici di mestiere corrono meno rischi di emarginazione che non vincendo dopo aver aperto ai protagonisti del nuovo corso della politica.

Anche perdendo, certi privilegi come la visibilità pubblica (apparire nei media) o la notorietà, un certo stile di vita migliore di quello che si avrebbe facendo un “vero” lavoro, il rispetto e l’attenzione degli iscritti o simpatizzanti., ecc. sono salvaguardati. Preoccupazione sentita più in periferia e da chi corre maggiori rischi in chiave di concorrenza per quanto riguarda popolarità e credibilità traducibili in chiave di successo elettorale.

L’arrivo di nuovi attori che non hanno dovuto seguire una lunga trafila per emergere vanificherebbe anni di duro e oscuro lavoro. Probabilmente qualche isolato caso di protagonismo da parte di qualche improvvisato (e autoproclamatosi) leader locale può aver giustificato tale difesa, ovviamente poco utile in chiave politica.

Ma i partiti sono fatti da uomini e non tutti i politici sentono fortemente il senso missione di rappresentare il nuovo che avanza. tutte le ragioni sopraddette e altre ancora, i partiti praticano, di fatto, fate arroccamento verso la possibilità di aprirsi a nuove istanze verso cui provano istintiva e (per certi versi) comprensibile resistenza.

Per questo, l’accusa ai capi del movimento di voler essere i protagonisti di una diversa e (pag 37) “avventurosa” politica ritorna con una certa e sospetta frequenza nelle dichiarazioni di non pochi politici.

Si arriva a sentenziare che la società civile è un’invenzione (di natura esclusivamente intellettuale) o una definizione che rimanda a gruppi di persone impegnate ma non attrezzate alla conduzione della politica che deve restare compito esclusivo dei politici di professione.

I più cinici tra loro, malgrado qualche sconfitta subita, non sentono neppure il bisogno di cercare un legame reale e profondo con la base dei propri elettori a cui (esse ritengono) dovrebbe bastare le loro performance di cui danno puntuale notizia i media, ignorando o sottovalutando il fatto che queste sono tenute in considerazione dagli avversari e pochissimo dagli elettori che sono scarsamente interessati dalle loro acrobazie verbali in politichese.

Del resto è questa una dinamica che ritorna in tutte le organizzazioni in cui è richiesto un adeguamento ai nuovi compiti o una reale trasformazione di quelli tradizionali. Dinamica che si concretizza, da parte dei vecchi dirigenti, nel cercare di non aprire ai nuovi e potenziali concorrenti e di difendere, per quanto possibile, le proprie posizioni anche a discapito dei fini dell’impresa.

Resta, così, un interrogativo di fondo a cui sembra oggi difficile dare una risposta convincente: nel momento attuale della politica italiana chi rappresenta chi o, detto diversamente, chi rappresenta cosa?

Nel tramonto delle classi sociali e nel contesto di una società post-moderna (dove alcune issue diventano sempre più importanti: si pensi a quelle relative alla globalizzazione, all’immigrazione, ai rischi di una cattiva gestione delle scoperte scientifiche e dove esiste, specialmente a livello locale, una forte domanda di una diversa e migliore qualità della vita) quali sono i compiti più attuali per i partiti?

Come devono comportarsi e, di conseguenza, come devono comunicare con i propri potenziali elettori?

Non si dimentichi che una parte, magari minoritaria ma consistente e capace di orientare l’opinione pubblica, ha una domanda di partecipazione politica molto più critica e attenta rispetto a quella degli elettori dei grandi partiti di massa fino agli anni settanta-ottanta del secolo scorso.

Quelli indicati precedentemente sono interrogativi a cui si continua ad evitare di dare risposta, magari rifugiandosi dietro il comodo alibi di chi sostiene che non si possa affrontare in termini così semplici un argomento così complesso (pag.38).

Il percorso sociale e storico dei girotondi

di Cristian Vaccari e Silvia Ladogana