“Ho imparato, seguendo per anni il filo che lega Aldo Moro a Piersanti Mattarella, e Piersanti Mattarella a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che la storia italiana non uccide mai i suoi uomini migliori per debolezza: li uccide per eccesso di chiarezza.

Muoiono tutti nello stesso identico modo — non tanto per la pallottola o per il tritolo, quanto per aver visto, un attimo prima degli altri, il disegno intero di cui erano parte, e per aver tentato, con l’ingenuità di chi crede ancora nella verità come in un bene comune, di raccontarlo a voce alta.”(Sigfrido Ranucci)

“Una delle più gran consolazioni di questa vita è l’amicizia; e una delle consolazioni dell’amicizia è quell’avere a cui confidare un segreto.

Ora, gli amici non sono a due a due, come gli sposi; ognuno, generalmente parlando, ne ha più d’uno: il che forma una catena, di cui nessuno potrebbe trovar la fine.

Quando dunque un amico si procura quella consolazione di deporre un segreto nel seno d’un altro, dà a costui la voglia di procurarsi la stessa consolazione anche lui.

Lo prega, è vero, di non dir nulla a nessuno; e una tal condizione, chi la prendesse nel senso rigoroso delle parole, troncherebbe immediatamente il corso delle consolazioni.

Ma la pratica generale ha voluto che obblighi soltanto a non confidare il segreto, se non a chi sia un amico ugualmente fidato, e imponendogli la stessa condizione.

Così d’amico fidato in amico fidato, il segreto gira e gira per quell’immensa catena, tanto che arriva all’orecchio di colui o di coloro a cui il primo che ha parlato intendeva appunto di non lasciarlo arrivar mai.

Avrebbe però ordinariamente a stare un gran pezzo in cammino, se ognuno non avesse che due amici: quello che gli dice, e quello a cui ridice la cosa da tacersi.

Ma ci son degli uomini privilegiati che li contano a centinaia;

e quando il segreto è venuto a uno di questi uomini, i giri divengon sì rapidi e sì moltiplici, che non è più possibile di seguirne la traccia.”(Alessandro Manzoni)

”Paolo disse un amico mi ha tradito”,

 l’ex deputato Lo Porto querela Borsellino e Report. Querelato anche l’avvocato Fabio Repici, il nome dell’ex deputato era emerso grazie al ritrovamento di un verbale da parte del legale.

(antimafiaduemila.com) – Querela Salvatore Borsellino e l’avvocato Fabio Repici l’ex deputato ed ex presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana Guido Lo Porto. Politico palermitano di lunga carriera, da giovane tra le fila FUAN e poi del MSI, Lo Porto ha dato incarico al suo legale, Stefano Giordano (che difende anche l’ex 007 Bruno Contrada)  perché “adotti azioni legali, in sede penale e civile, a tutela della sua reputazione”.

Lo Porto ritiene diffamatorie le dichiarazioni rese da Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso in via D’Amelio, dal suo legale l’avvocato Fabio Repici e anche dai giornalisti di Report Sigfrido Ranucci e Paolo Mondani.

Il politico è stato collegato alla cosiddetta pista nera delle stragi del 1992 e accusato di essere l’amico che “tradì” Paolo Borsellino, perché vicino agli ambienti mafiosi che organizzarono l’attentato di Capaci. La denuncia-querela è già stata presentata alla Procura di Caltanissetta e nelle prossime settimane verrà portata avanti anche l’azione civile.

La vicenda dell’amico che tradì Paolo Borsellino è da tempo nota alle cronache, ma per oltre trent’anni nessuno è riuscito a dargli un volto. Il giudice ne parlò, in lacrime, ai colleghi Massimo Russo e Alessandra Camassa poche settimane prima di venire assassinato in via d’Amelio il 19 luglio 1992.

I due magistrati, però, non approfondirono e non chiesero di chi stesse parlando, scossi dallo stato emotivo del giudice.

Il nome di Lo Porto è spuntato dal verbale risalente alla riunione tenutasi a Palermo il 15 giugno 1992 – in mezzo, dunque, ai due attentati di Capaci e via d’Amelio – alla quale presero parte, insieme a Borsellino, il procuratore capo Pietro Giammanco, l’aggiunto Vittorio Aliquò e i sostituti Vittorio Teresi e Pietro Maria Vaccara (sostituto procuratore a Caltanissetta).

Si tratta di un verbale “sconosciuto a tutte le precedenti sentenze sulla strage di via d’Amelio”, ha sottolineato Repici che ha presentato una nuova memoria difensiva indirizzata alla gip di Caltanissetta, Graziella Luparello, per l’inchiesta sulle stragi.

Nel verbale emerge che i magistrati presenti alla riunione si scambiarono informazioni riguardanti la strage di Capaci e altre informazioni sulle intercettazioni telefoniche e ambientali disposte nei confronti del collaboratore di giustizia Alberto Lo Cicero (nel frattempo deceduto) e della sua ex compagna Maria Romeo, nel corso delle quali si accennava proprio all’attentato di Capaci.

Quindi una prova documentale che attesta, sottolinea Repici, che il magistrato Paolo Borsellino “fosse intervenuto in modo perentorio sull’avvio della collaborazione con la giustizia di Alberto Lo Cicero, imponendo addirittura che il dichiarante avrebbe dovuto riferire nella prima fase esclusivamente alla Procura della Repubblica di Palermo”.

Nella memoria difensiva redatta dall’avvocato trova spazio anche un particolare legato all’onorevole Guido Lo Porto, arrestato nel 1968 insieme al killer nero Pierluigi Concutelli. Teresi, in una relazione di servizio del primo giugno 1992 (“sicuramente nota al dottor Borsellino”), scrisse che Lo Cicero riferì di aver conosciuto “presso la villa del Troia (boss di Cosa nostra di cui Lo Cicero era autista, ndr) l’on. Lo Porto, che più di una volta si sarebbe intrattenuto a cena dallo stesso, e che un nipote o cugino del Lo Porto sarebbe proprietario di una villa nello stesso complesso”.

“La riunione del 15 giugno – scrive il legale – nella quale le Procure di Caltanissetta e di Palermo parlarono di Lo Cicero e delle sue rivelazioni (e sicuramente, quindi, anche dell’on. Lo Porto), fu di pochissimo precedente all’incontro del dr. Borsellino con la dr.ssa Camassa e il dr. Russo, nel corso del quale il magistrato, di lì a breve ucciso, si lasciò andare a uno sfogo su ‘un amico’ dal quale si era sentito tradito”.

“Proprio a tale riguardo – ha scritto sempre Repici – non si può più temporeggiare per l’audizione dell’ing. Salvatore Borsellino, in relazione all’individuazione dell’“amico traditore”, giacché le risultanze da ultimo emerse (con ritardo di trentatré anni) consentono, forse, finalmente di addivenire a quella individuazione.

Ciò sarebbe probabilmente l’abbrivio per comprendere a cosa facesse riferimento il 25 giugno 1992 il dr. Borsellino nel suo intervento pubblico a Casa Professa, allorché sostenne che alcune cose non le avrebbe riferite a nessuno, nemmeno ai suoi amici e colleghi palermitani, prima di riferirle a verbale alla Procura di Caltanissetta”.

Di Guido Lo Porto ne ha parlato anche Salvatore Borsellino in occasione dell’ultimo anniversario della strage di via D’Amelio e la trasmissione Report nella puntata, andata in onda il 4 gennaio 2026.

Omicidio Piersanti Mattarella, 45 anni dopo due nuovi indagati

La procura di Palermo ha raccolto nuovi elementi sugli esecutori dell’agguato del 1980

(di Lirio Abbate – repubblica.it 4 gennaio 2025) – ROMA — Ci sono due nuovi indagati nell’inchiesta sull’omicidio del presidente della Regione siciliana, Piersanti Mattarella, assassinato il 6 gennaio 1980 a Palermo. Si tratta di soggetti legati alla mafia accusati di essere stati i sicari dell’esponente della Dc, fratello del Capo dello Stato Sergio Mattarella.

Allievo di Aldo Moro, Piersanti Mattarella era lontano dal cliché del notabile siciliano, e ha pagato con la vita il suo impegno politico di rinnovamento.

Per questo agguato sono stati condannati definitivamente solo i mandanti, cioè i boss che facevano parte della Commissione di Cosa nostra che ha deliberato la condanna a morte.

I giudici hanno invece prosciolto definitivamente Valerio “Giusva” Fioravanti e Gilberto Cavallini, terroristi neri, dall’accusa di essere stati gli esecutori, come aveva ipotizzato Giovanni Falcone che indagò su questo delitto eccellente.

Il magistrato aveva puntato sul coinvolgimento del terrorismo nero come esecutore materiale dopo una lunga istruttoria. Un’indagine in cui si sono registrati depistaggi e false informazioni.

Falcone teneva a specificare che «c’è una matrice mafiosa nel delitto Mattarella». Per lungo tempo i sicari sono stati coperti, facendo credere che a sparare potessero essere stati uomini che non appartenevano a Cosa nostra, come pure, accanto ai mafiosi avrebbero potuto esserci, secondo quanto detto dal magistrato durante una sua audizione in Commissione antimafia, anche «mandanti esterni».

Un dato è certo, l’agguato al presidente della Regione siciliana viene compiuto nel territorio controllato dal capomafia Francesco Madonia, che ha sempre avuto rapporti con apparati istituzionali deviati.

I principali personaggi che avrebbero potuto compiere l’omicidio in questa zona non sono mai stati riconosciuti in foto dai testimoni. Il riferimento è ai sicari come Prestifilippo, Lucchese, Inzerillo o Marino Mannoia che facevano parte della batteria della morte di Madonia. Nessuno di loro è stato riconosciuto da chi ha assistito all’agguato.

Il commando entra in azione la mattina del 6 gennaio 1980 davanti all’abitazione del politico in pieno centro a Palermo.

Il killer, come racconteranno i testimoni, è un giovane appostato davanti al garage in cui Mattarella sistema la sua auto. Il presidente della Regione è al volante, al suo fianco c’è la moglie, Irma Chiazzese.

Il sicario si avvicina velocemente ed esplode i primi quattro colpi attraverso il finestrino. Poi la Colt modello Cobra calibro 38 special si inceppa. Quindi il killer si avvicina ad una Fiat 127 dove c’è un complice che gli passa un revolver Smith & Wesson. Con questa arma il killer torna a sparare altri quattro colpi contro la vittima e ferisce la moglie.

La calibro 38 è la stessa pistola utilizzata dal killer neofascista Gilberto Cavallini per assassinare a Roma il magistrato Mario Amato il 23 giugno 1980. Un’arma per due delitti apparentemente legati da un filo nero.

L’assassino di Mattarella è a volto scoperto e viene visto da altri cinque testimoni: è un uomo sui 25 anni, con l’aspetto da bravo ragazzo, alto circa un metro e settanta, corporatura robusta, capelli castani, occhiali scuri a specchio.

La vedova di Mattarella aiuta a disegnarne l’identikit e poi riconosce il capo dei Nar, Valerio Fioravanti, nelle foto pubblicate dopo l’arresto, come una persona molto simile a lui. «Quando dico che è probabile che nel Fioravanti si identifichi l’assassino, intendo dire che è più che possibile», precisa la testimone, «ma non sono in grado di formulare un giudizio di certezza».

Nel luglio 1986 la vedova aggiunge un particolare: il killer aveva uno strano modo di camminare, «un’andatura ballonzolante».

Neofascisti e mafiosi uniti per uccidere un politico della Dc?

Alla fine degli anni Novanta l’ex mafioso Francesco Di Carlo svela ai pm che a sparare a Mattarella è stato Antonino “Nino” Madonia, figlio di Francesco, un personaggio borderline, coinvolto in altri delitti eccellenti.

Il collaboratore spiega ai magistrati che il modo di camminare di Nino e il suo volto, somigliano moltissimo a quello di Giusva Fioravanti. «È praticamente un sosia di Madonia. Stessa faccia da bambino e stessi occhi di ghiaccio», dice Di Carlo.

Nino Madonia, il pezzo grosso, il Dio di Cosa nostra. A definirlo così è il mafioso Vito Galatolo: «Per noi, sia per me che per mio padre, la famiglia Galatolo, sia per tutti gli altri uomini d’onore, è vero che Totò Riina era il numero uno assoluto, però per tutti i carcerati per tutti… Nino Madonia era il numero uno assoluto di Cosa nostra.

Dove passava Nino Madonia passava Dio, di Cosa nostra però». Può sembrare una definizione non solo blasfema ma eccessiva, eppure in certi ambienti un curriculum come il suo fa colpo. Enfant prodige di una famiglia storica della mafia, già a 18 anni ha un ruolo attivo nel clan.

Nel 1970 i Madonia si dilettano in attentati che scuotono le festività natalizie a suon di bombe “eversive”. È il primo frutto avvelenato di un rapporto lungo e dannato con apparati deviati dei servizi segreti.

I Madonia sono quasi il braccio armato della corrente più anomala e oscura dello Stato: i servizi deviati comandano, loro eseguono.

Sono coinvolti anche nel fallito golpe Borghese.

Il pater familias Francesco “Ciccio” Madonia, che a forza di attentati si è guadagnato il soprannome “Ciccio Bomba”, gestisce di persona questa “strategia della tensione mafiosa”.

E chi si occupa delle indagini sulle bombe piazzate dai Madonia nel 1970 è Bruno Contrada.

Cinque obiettivi, cinque bombe nella notte di Capodanno che saluta l’alba dell’anno di grazia 1971.

La passione per le trame segrete si trasmette per via ereditaria, a quanto pare, perché anche Nino Madonia parla con alcuni apparati dei servizi.

Dagli anni Settanta in poi è una famiglia che può vantare una forte e salda lealtà allo Stato corrotto e deviato. Quello sbagliato. Forse non è solo una coincidenza, ma anche la strage di via D’Amelio con i suoi depistaggi ricade nel territorio dei Madonia.

Chi inquadra dal primo momento il delitto Mattarella in un contesto politico-mafioso è il collaboratore Francesco Marino Mannoia, mentre per Tommaso Buscetta tutta la Commissione era d’accordo nell’uccisione di Mattarella.

Nessuno però voleva fare il primo passo per non esporsi. Giovanni Falcone ha dichiarato nel 1990 in Commissione antimafia che l’uccisione dell’esponente politico «presuppone un coacervo di convergenze di interessi di grandi dimensioni».

Accanto a queste dichiarazioni la procura di Palermo, guidata da Maurizio de Lucia che coordina l’inchiesta assieme all’aggiunto Marzia Sabella, ha raccolto nuove rivelazioni, nuovi dati e riscontri — tutti coperti dal massimo riserbo — che rafforzano il quadro dell’accusa nei confronti dei nuovi indagati.

Questo potrebbe essere il contesto che può portare a sostenere il nuovo processo per gli esecutori dell’agguato dell’Epifania di 45 anni fa.

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