PROTESTO’ PERCHE’ L’ITALIA NON FU AMMESSA ALLA RIUNIONE PRELIMINARE

Roma, 19 lug. 2001- (Adnkronos) – La storia dei vertici dei Grandi della Terra registra anche un clamoroso ‘strappo’ da parte dell’Italia, all’epoca in cui era presidente del Consiglio Bettino Craxi. Il 22 febbraio 1987 l’incontro dei sette Paesi piu’ industrializzati, a Parigi, si svolge senza la partecipazione italiana. Il governo guidato dall’allora segretario del Psi rifiuta di prendervi parte per il fatto che l’Italia non e’ stata ammessa alla riunione preliminare, ristretta soltanto a Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia e Gran Bretagna. Per ricucire lo ‘strappo’, dopo la conclusione del vertice del G7 arrivera’ a Roma il presidente della Repubblica francese, il socialista Francois Mitterand. Una calorosa stretta di mano tra Mitterand e Craxi, davanti alle telecamere di tutto il mondo, sancisce il ristabilito patto di collaborazione del G7. Craxi commenta soddisfatto: ”Un chiarimento utile e fruttuoso”. Pochi giorni dopo, il 3 marzo, Craxi presenta le dimissioni del suo governo, il piu’ lungo della storia repubblicana.

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The Louvre Accord was an agreement, signed on February 22, 1987 in Paris, that aimed to stabilize the international currency markets and halt the continued decline of the US Dollar caused by the Plaza Accord. The agreement was signed by France, West Germany, Japan, Canada, the United States and the United Kingdom. The Italian government was invited to sign the agreement but declined.

Accordo concernente i tassi di cambio siglato nel museo più importante del mondo a Parigi il 22 febbraio del 1987 dai ministri finanziari e dai governatori delle banche centrali dei paesi dell’allora G7 – ad eccezione, però, dell’Italia – nell’intento di coordinare le politiche economiche dei paesi più sviluppati, stabilizzare i mercati valutari e arrestare – al contrario di quanto stabilito nell’Accordo del Plaza del settembre 1985 a New York – il deprezzamento eccessivo del dollaro statunitense, rispetto allo yen giapponese e al marco tedesco, riducendo, pertanto, gli squilibri commerciali da qualche tempo in atto legati all’eccessiva svalutazione del dollaro che stava facilitando sui mercati internazionali in termini di esportazione.

L’Accordo del Louvre rappresenta una pietra miliare nella storia ella cooperazione politica e economica internazionale, dal momento che gli Stati firmatari si impegnarono in uno sforzo comune e impegnativo, da conseguirsi mediante un coordinamento sistematico delle politiche fiscali e monetarie probabilmente senza precedenti, agendo sui corrispondenti surplus o deficit allo scopo di consolidare la domanda interna o al contrario rallentarne l’eccessiva espansione.

Più nello specifico: la Gran Bretagna si impegnava a diminuire l’imposizione fiscale attraverso la riduzione della spesa pubblica, mentre la Francia e il Canada avrebbero diminuito il passivo del proprio bilancio statale anche con specifiche operazioni di privatizzazioni e di dismissioni; per quanto concerne, invece, i paesi con ragguardevoli surplus commerciali, come ad esempio Giappone e Germania, si sarebbero impegnati ad adottare politiche economiche reflazionistiche volte all’espansione della domanda di beni e servizi perseguendo un tasso di interesse basso; e infine gli Stati Uniti, che, a loro volta, avrebbero dovuto mettere un freno alla spesa pubblica cresciuta a dismisura negli ultimi anni.

Nonostante gli impegni presi e i primi esiti positivi dell’Accordo del Louvre, la tanto auspicata stabilità monetaria internazionale perdurò per pochi mesi, fino all’ottobre del 1987, cioè fino al rialzo, da parte della Bundesbank, la banca centrale tedesca, del costo del denaro in risposta alle pressioni inflazionistiche interne, con il risultato che la svalutazione del dollaro riprese ben presto e soprattutto oltre i limiti comunemente concordati a Parigi, anche perché la Federal Reserve, la banca centrale statunitense, si vide costretta a sua volta ad abbassare i tassi di interesse per far fronte all’improvviso crollo di Wall Street il 19 ottobre del 1987, facendo naufragare in tal modo l’accordo parigino e dando il via a quel regime di flessibilità dei tassi di cambio valutario, la cui determinazione da quel momento viene lasciata alle forze e alle scelte del libero mercato.

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Accordo del Plaza Dal nome del famoso hotel newyorkese, dove il 22 settembre del 1985 i ministri economici e i governatori delle banche centrali nazionali dei paesi appartenenti al Gruppo dei cinque (Stati Uniti, Germania, Francia, Gran Bretagna, Giappone) stipularono il sopraccennato accordo volto a contrastare l’eccessivo e costante apprezzamento della moneta statunitense (dollaro), innanzitutto nei confronti dello yen giapponese, registrato all’inizio degli anni ’80 e che era fonte di continua preoccupazione per l’Amministrazione Ronald Reagan, costretta suo malgrado – in quanto da sempre sostenitrice di una politica economica ultraliberista – ad accettare interventi coordinati nel mercato internazionale dei cambi, con il conseguente deprezzamento della valuta statunitense, che perdurò perlomeno fino all’Accordo del Louvre del febbraio 1987.

In effetti, l’azione concertata tra le economie di quel tempo si era resa necessaria a seguito delle difficoltà in cui si dibattevano le industrie statunitensi – come quella automobilistica – che risentivano della perdita di competitività concorrenziale sui mercati internazionali per effetto, appunto, della sopravvalutazione del dollaro.

L’Accordo del Plaza ottenne nello spazio di pochi mesi i risultati auspicati ma, d’altra parte, sancì ufficialmente il ruolo e il peso, divenuti ormai imprescindibili, dell’economia giapponese nell’ambito del sistema monetario e finanziario a livello planetario.

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I POKERISTI DEL DOLLARO

Washington Feb 3, 1989 UNO DEI PORTIERI del Plaza Hotel, il vecchio Frank tutto baffi e fischietto (che gli serve per chiamare i taxi), ancora si ricorda di quei signori delle monete. Vennero qui un giorno d’ autunno, pieno di sole. Si chiusero in riunione, con l’ Fbi che girava dappertutto. Volevano caffè a litri, a tutte le ore del giorno e della notte. E whisky, e birre, e panini; persino pizze con il salame. Poi se ne andarono in fretta e furia e il dollaro cominciò subito a non valere più nulla. Era il 22 settembre 1985. Cinque ministri del Tesoro James Baker per gli Stati Uniti, Noboru Tkeshita per il Giappone, Gerhard Stoltenberg per la Germania, Pierre Bérégovoy per la Francia, Nigel Lawson per la Gran Bretagna si erano riuniti nell’albergo di Manhattan assieme ai governatori delle loro banche centrali. Decisero di realizzare una manovra concertata sui mercati finanziari: vendere dollari per abbassarne il valore rispetto alle altre monete. Prese il nome di accordo del Plaza. Costruito nel 1907 in stile edoardiano, con i caratteristici due tetti triangolari, il Plaza è uno degli edifici più raffinati di New York. Ci sono ancora le vecchie fotografie in bianco e nero, scattate da Central Park, che fanno vedere come una volta era il più alto ad affacciarsi sul parco, circondato allora solo da brownstones a quattro o cinque piani. I suoi ospiti illustri si contano a migliaia. Alcuni ci hanno vissuto per mesi, come F. Scott Fitzgerald, Teddy Roosevelt o i Beatles. L’ anno scorso è stato comprato dal palazzinaro miliardario Donald Trump che cercherà, purtroppo, di dargli un look in sintonia con i suoi gusti un po’ kitsch. Ma non riuscirà a togliergli la fama, appena conquistata, di luogo storico della finanza internazionale, un po’ come è successo a Bretton Woods, una piccola località del New Hampshire, in cui nel 1944, al Mount Washington Hotel, un pugno di diplomatici pose le basi del sistema monetario del dopoguerra benedicendo il dollaro come moneta di riferimento. Nell’ agosto 1971, con una decisione di Richard Nixon, il dollaro ha perso questo ruolo. E l’accordo del Plaza, 40 anni dopo Bretton Woods, ha sancito la perdita della leadership monetaria degli Stati Uniti. Fu Baker, che ora è segretario di Stato di George Bush, a chiedere quell’incontro. Lui, a pregare i partners di dare una mano agli Usa. Lui ad accettare un nuovo approccio alla stabilità monetaria internazionale basato non più sul ruolo autonomo della Federal Reserve americana; non più su interventi episodici e disordinati delle banche centrali; ma sul lavoro congiunto delle autorità dei cinque paesi più industrializzati dell’ Occidente. Un mese più tardi, il 30 aprile, l’espressione Gruppo dei Cinque venne abbreviata in G5 in un articolo sul New York Times firmato dal suo più celebre editorialista economico, Leonard Silk; e da allora è il nome del più celebre club dei signori delle monete, quello che decide sul futuro dei cambi, quello che è chiamato in causa ogni volta in cui le piazze finanziarie, da Wall Street a Tokyo, da Londra a Milano, sobbalzano sotto l’onda della speculazione o più semplicemente del nervosismo degli operatori. Ed è lo stesso club, diventato poi G7 (giseven, con la sofferta ammissione anche dell’ Italia e del Canada), che si riunisce oggi a Washington, presso il ministero del Tesoro, per un primo contatto dopo l’ insediamento di Bush alla Casa Bianca. Questo club un po’ anomalo, che non ha né statuto né sede sociale, è uno dei risultati di quella cooperazione economica tra i grandi dell’ Occidente che si materializza ogni anno nei summit dei capi di Stato e di governo, come quello svoltosi due anni fa a Venezia, nel 1988 a Toronto, in Canada, e quest’ anno, a luglio, a Parigi (il luogo è a rotazione). Nel 1982 il vertice si tenne a Versailles e, per la prima volta, di fronte agli occhi attoniti di Giovanni Spaodlini e Nino Andreatta, Ronald Reagan propose una sorta di direttorio a cinque (escludendo l’ Italia e il Canada) con il compito di studiare il coordinamento delle politiche economiche dell’ Occidente. Era il primo periodo del lungo mandato di Reagan e il presidente Usa aveva un approccio ancora molto ideologico ai problemi economici, influenzato apertamente dai due massimi teorici della Reaganomics, il premio Nobel Milton Friedman e Arthur Laffer. A Versailles l’allora ministro del Tesoro americano, Donald Regan, tenne subito a precisare che il direttorio avrebbe avuto funzioni esclusivamente analitiche perché l’amministrazione resta ostile ad interventi regolatori sui mercati dei cambi e perché gli interventi sui mercati si giustificano solo in caso di sconvolgimenti gravissimi. Gli avvenimenti successivi hanno costretto Washington a cambiare idea. Gli alti tassi di interesse americani, voluti dal presidente della Fed, Paul Volcker, per combattere l’ inflazione, hanno trascinato in alto, sempre più in alto, il valore del dollaro. I capitali stranieri furono attratti dalla moneta americana e per le importazioni europee e giapponesi era una vera pacchia. In compenso le esportazioni del made in Usa, rese meno competitive dal caro-dollaro, battevano la fiacca, con pesanti conseguenze sul deficit della bilancia commerciale. Come uscire dall’impasse? In un incontro del gennaio 1985 a Washington i cinque grandi fecero un passetto in più sulla strada dell’ intervento congiunto, approvando un comunicato in cui si impegnavano, senza grossi sforzi, ad agire sui mercati nei casi in cui ciò fosse reciprocamente utile. Ma nel febbraio il dollaro raggiungeva i suoi livelli massimi rispetto allo yen, al marco tedesco, e collocandosi in Italia vicino a quota 2.000 lire. Poco dopo James Baker prese il posto di Donald Regan al Tesoro. Scelse Richard Darman (che adesso è il ministro del Bilancio nel gabinetto Bush) come vice, e insieme decisero di cambiare strada. Spiega William Greider, l’autore di Secrets of the Temple, un libro sullo strapotere della Federal Reserve: I due abbandonarono la dottrina del laissez-faire che era stata sostenuta nei primi anni dagli ambienti più conservatori di Washington, a cominciare dal presidente, e cominciarono a lavorare in direzione di un dollaro più basso. Il che significava un ritorno all’intervento attivo sui mercati dei cambi. Naturalmente si trattava anche di convincere i partners, soprattutto giapponesi e tedeschi, a fare qualcosa: il primo risultato concreto fu la decisione del Plaza. L’ indomani il dollaro crollò su tutti i mercati finanziari. I membri del G5 si riunirono a Londra nel gennaio 1986 per un banchetto di lavoro nella residenza ufficiale del cancelliere allo Scacchiere, Lawson, e si congratularono a vicenda per il successo ottenuto. L’ Italia era la grande esclusa dal Gruppo dei Cinque. Ciò avveniva proprio in un momento in cui la nostra locomotiva industriale sbuffava a più non posso, si avvicinava il momento del primo (non definitivo) sorpasso della Gran Bretagna e la presidenza di Bettino Craxi coltivava i sogni della grande potenza. Palazzo Chigi cominciò a mandare note di protesta alle altre capitali. Non possiamo accettare si diceva che vengano prese, senza parteciparvi, decisioni che influenzano così da vicino la nostra economia. Finalmente, dopo molti tira e molla, al summit di Tokyo dell’ 86, il club delle monete venne allargato anche a Italia e Canada, sia pure in modo ancora ambiguo, cioè ammettendo la possibilità di convocare riunioni definite operative del G5 (che quindi restava ancora in vita) e di altri incontri informali dei Cinque. Prima Giovanni Goria, poi Giuliano Amato, hanno dovuto ingoiare molti bocconi amari, e così anche il governatore della Banca d’ Italia, Carlo Azeglio Ciampi, costretti a più riprese ad aspettare in anticamera che i loro colleghi finissero le loro cene di lavoro alle quali non erano stati invitati. C’è voluto un gesto clamoroso, quello della sedia vuota al Louvre, per determinare una svolta. Nel febbraio 1987, Goria, d’intesa con Craxi, ha lasciato all’ultimo momento una riunione parigina del G7 per protestare contro l’esclusione a un meeting preliminare dei Cinque in cui era stata spianata la strada a un nuovo, importantissimo accordo di natura monetaria. Da allora la polemica su un G5 contrapposto al G7 (la quale ha spesso destato più interesse che non le questioni monetarie) sembra essere tramontata. E dall’incontro del Louvre è uscita una nuova strategia con cui i signori delle monete hanno affrontato i mercati. Furono fissati, da Baker e gli altri, i valori massimi e minimi per l’ oscillazione del dollaro contro lo yen e il marco, superati i quali le banche centrali erano tenute a intervenire. A differenza di quello che succede in un regime di cambi fissi o semifissi (come lo Sme), la fascia di oscillazione stabilita dal G7, così come criteri e modalità di intervento, sono sempre stati segreti. Secondo quanto ha sostenuto il giapponese Yoichi Funabashi in un libro sull’argomento l’ accordo del Louvre puntava a stabilizzare il dollaro a un livello di 2,5-5%, più o meno, rispetto a un cambio di 153,50 yen e 1,825 marchi. Dal febbraio ‘ 87 ad oggi quest’ accordo è stato spesso mutato. Il cambio si pensa che ora oscilli da 120 a 130 yen. Ma mai è arrivata una conferma o un segnale ufficiale da parte delle banche centrali.

di ARTURO ZAMPAGLIONE

La Repubblica