«C’è, credo, bisogno di sanzionare il diritto dei singoli iscritti e dei cittadini a comportarsi in modo libero rispetto alle primarie per garantirne la logica interna …Fra scherzo e utopia, direi che queste commissioni dovrebbero essere composte da persone che fanno voto di castità politica, nel senso che siglano in anticipo una loro incompatibilità con altri incarichi, ponendosi al di fuori di qualsiasi sospetto di scambio … per intenderci, deve essere chiara una cosa che qui non è stata detta: non ci può essere vincolo di partito, non ci possono essere decisioni preliminari di partito che vincoli la scelta degli iscritti».

Paola Gaiotti de Biase. È nata a Napoli nel 1927. Storica delle donne e del movimento cattolico. Parlamentare europeo dal 1979 al 1984 per la Dc, nel 1984 lascia il partito e sceglie la Lega Democratica; dal 1990 è iscritta al Pds, nel 1994 è stata eletta in parlamento nelle liste dei Progressisti. Dalla intensa produzione di ricerca e dibattito citiamo l’ultimo volume: Che genere di politica? I perché e i come della politica delle donne, Borla, Roma 1998.

Quaderni di Carta quattordici giugno

Numero 1 / Luglio 1999

«È giusto aver privilegiato in questo seminario la ricerca sulle primarie in funzione della leadership; si tratta di un passaggio fondamentale ai fini del rafforzamento della stabilità di governo, del bipolarismo, della coesione interna del centrosinistra e, dunque di un passaggio strategico del ruolo che intende svolgere la “Carta”.

Tuttavia mi pare difficile porci questo obiettivo ignorando o rimuovendo completamente la questione delle primarie di collegio. Anche esse potrebbero essere fra gli anticorpi positivi in grado, come è stato detto, di valorizzare e di rendere meglio perseguibile tale scelta.

Vassallo, in verità, poco fa escludeva questo collegamento; non sarei d’accordo per due ragioni.

La prima è che una primaria di leadership in funzione del rafforzamento della coalizione ha bisogno di essere accompagnata da un modo di vivere la coalizione ai livelli più bassi, orientando nella stessa direzione il mutamento della classe politica: c’è il problema di garantire la qualità media degli operatori politici sotto il punto di vista della resistenza alle combinazioni oligarchiche, che non è solo questione di etica individuale ma di condizione del fare politica.

Senza un tale mutamento anche in questo senso, la scelta delle primarie per il solo leader potrebbe restare debole. La seconda è che la questione delle primarie per i collegi uninominali è forse quella su cui è più sensibile una certa opinione pubblica, scottata dalle scelte precedenti che ha dovuto subire (fino a dubitare, talora, della maggiore democraticità del sistema uninominale) rispetto a una classe politica che avverte di più l’urgenza delle primarie per la leadership.

E, se è così, questo non può essere trascurato anche per l’effetto di pressione che ne consegue. In più credo che porre congiuntamente il problema delle primarie in funzione della elezione dei parlamentari consentirebbe di sciogliere alcuni nodi.

Fabbrini ha parlato di primarie vincolate, cioè di una sorta di guida del processo ed è un criterio che condivido pienamente. Dobbiamo però tenere conto anche delle controindicazioni che ci venivano in particolare dall’ambasciatore Bartholomew.

Il fatto è che l’esigenza del vincolo, della verifica preliminare di condizioni minimali accettabili appare minore nella scelta del premier: questa è, in ogni caso, una scelta eminentemente politica, è un processo politico fra figure già note, in cui gli stessi outsider sono outsider – come è stato ricordato – di un certo livello, sui quali è già possibile una discussione informata, una conoscenza diffusa.

Rispetto a un processo guidato il modello da richiamare – qui nessuno ne ha parlato – è quello delle primarie inglesi, che però è relativo ai collegi.

E questo il modello che si può evocare senza contraddizioni democratiche, per il carattere “tecnico” della preselezione dei candidati alle primarie, in cui le commissioni incaricate vagliano competenza, rappresentatività, radicamento, trasparenza e credibilità (e, potremmo aggiungere, esistenza di conflitti di interesse).

Ritengo che questa è l’innovazione di sistema politico di cui in Italia, abbiamo bisogno.

Fra scherzo e utopia, direi che queste commissioni dovrebbero essere composte da persone che fanno voto di castità politica, nel senso che siglano in anticipo una loro incompatibilità con altri incarichi, ponendosi al di fuori di qualsiasi sospetto di scambio.

Ma non mi illudo che si possa formalizzare una tale proposta. Non intendo certamente che sia questo il solo anticorpo da proporre. L’elemento su cui si deve comunque prendere posizione è la platea dei votanti, (di primo o di secondo livello, deleganti e delegati) e in un duplice senso:

1. la sua composizione: tale platea non può essere composta solo da iscritti, da aderenti ai partiti; il che pone delicati problemi per la scelta dei criteri;

2. il secondo è la sua autonomia; per intenderci, deve essere chiara una cosa che qui non è stata detta: non ci può essere vincolo di partito, non ci possono essere decisioni preliminari di partito che vincoli la scelta degli iscritti.

Del resto tutti i partiti sono attraversati da competizioni interne che non possono essere ignorate. C’è, credo, bisogno di sanzionare il diritto dei singoli iscritti e dei cittadini a comportarsi in modo libero rispetto alle primarie per garantirne la logica interna».

Seminario di Carta 14 giugno

“Noi pensiamo che il nuovo Ulivo debba nascere da una autentica spinta costituente, attraverso convenzioni politiche e programmatiche, usando quello che dovrebbe diventare uno strumento normale: il metodo delle primarie”.

Quaderni di Carta quattordici giugno – Periodico dell’Associazione per la costituente dell’Ulivo

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Roma questo numero è stato chiuso in tipografia il 26 luglio 1999

numero 1 in attesa di autorizzazione