“Secondo quanto affermato dallo svedese Rudolf Kjellèn, la geopolitica attiene a quel complesso di problemi che riguardano gli stati che, al pari di organismi viventi, hanno bisogno di uno spazio vitale per sopravvivere.

Ecco, allora, che la geopolitica diventa una sorta di apologia della politica di potenza, «innalza la guerra al di sopra dello sterco del demonio […] si fa ideologia e, in quanto tale, pretende di situarsi al di sopra dell’economia politica e della sua critica».
Uno Stato ne aggredisce un altro perché ha bisogno di territorio e risorse naturali per sopravvivere. Come un predatore che azzanna la preda. Si tratta di un bisogno fisiologico dettato dalle ferree leggi della sopravvivenza.
Come se non ci fosse una classe dominante che detiene immense ricchezze e che, per aumentarle, esercita l’arte bellica espropriando altri popoli dei propri beni.
Come se non ci fosse è una ferrea legge dell’accumulazione del capitale, alla quale ogni altra ragione di stato è subordinata.
Come per la scienza politica, anche per la geopolitica la sovrastruttura assume autonomia e cerca di far perdere le tracce della propria sudditanza verso il sistema economico.
La forma diventa sostanza. Le motivazioni profonde vengono nascoste per rimandare ad ancestrali istinti di sopraffazione o di sopravvivenza a seconda di come li si percepisca.” (Fabrizio Venafro)
“Nel 1978, il dissidente ceco Václav Havel, poi divenuto presidente, scrisse un saggio intitolato ‘Il potere dei senza potere’, nel quale pose una domanda semplice: come si reggeva il sistema comunista? La sua risposta cominciava con un fruttivendolo.
Ogni mattina, questo negoziante metteva un cartello nella vetrina: «Lavoratori di tutto il mondo, unitevi». Non ci credeva, nessuno ci credeva, ma lo espose comunque per evitare guai, per segnalare conformità, per andare avanti.
E poiché ogni negoziante in ogni strada faceva lo stesso, il sistema persisteva – non solo attraverso la violenza, ma grazie alla partecipazione delle persone comuni a rituali che sanno privatamente essere falsi. Havel lo definì “vivere nella menzogna”.
Il potere del sistema non deriva dalla sua verità, ma dalla disponibilità di tutti a comportarsi come se fosse vero, e la sua fragilità nasce dalla stessa fonte.
Quando anche una sola persona smette di recitare, quando il fruttivendolo toglie il cartello, l’illusione comincia a incrinarsi. Amici, è tempo che imprese e Paesi tolgano i loro cartelli.
Per decenni, Paesi come il Canada hanno prosperato sotto quello che chiamavamo l’ordine internazionale basato sulle regole. Abbiamo aderito alle sue istituzioni, ne abbiamo lodato i principi, abbiamo beneficiato della sua prevedibilità.
E grazie a questo, abbiamo potuto perseguire politiche estere basate sui valori sotto la sua protezione. Sapevamo che la storia dell’ordine internazionale basato sulle regole era in parte falsa: che i più forti si sarebbero sottratti quando sarebbe loro convenuto, che le regole commerciali venivano applicate in modo asimmetrico.
E sapevamo che il diritto internazionale veniva applicato con rigore variabile a seconda dell’identità dell’accusato o della vittima.
Questa finzione era utile e l’egemonia americana, in particolare, ha contribuito a fornire beni pubblici: rotte marittime aperte, un sistema finanziario stabile, sicurezza collettiva e sostegno a quadri per la risoluzione delle controversie.
Così, abbiamo “messo il cartello in vetrina”. Abbiamo partecipato ai rituali e in larga misura abbiamo evitato di denunciare le discrepanze tra retorica e realtà.
Questo patto non funziona più. Permettetemi di essere diretto. Siamo nel mezzo di una frattura, non di una transizione.
Negli ultimi due decenni, una serie di crisi finanziarie, sanitarie, energetiche e geopolitiche ha messo a nudo i rischi di un’estrema integrazione globale.
Ma più recentemente, le grandi potenze hanno iniziato a usare l’integrazione economica come arma, i dazi come leva, le infrastrutture finanziarie come coercizione, le catene di approvvigionamento come vulnerabilità da sfruttare.
Non si può vivere nella menzogna del beneficio reciproco attraverso l’integrazione, quando l’integrazione diventa la fonte della propria subordinazione.
Le istituzioni multilaterali su cui le potenze intermedie hanno fatto affidamento – il WTO, l’ONU, la COP – l’architettura stessa della risoluzione collettiva dei problemi è sotto minaccia. E di conseguenza, molti Paesi stanno giungendo alla stessa conclusione: devono sviluppare una maggiore autonomia strategica, nell’energia, nel cibo, nei minerali critici, nella finanza e nelle catene di approvvigionamento. (Mark Carney primo ministro canadese).
“Il contesto è noto. Il Word Economic Forum di Davos. Non proprio un Parlamento democratico oppure la sede di un’istituzione del diritto internazionale. A Davos ci vanno solo gli invitati. I potenti, i giornalisti selezionati, i capitalisti globalizzati.
Non tutti possono avere accesso ai luoghi in cui capitalismo e politica si scambiano i propri segreti. Che poi sono segreti di Pulcinella: che tutti conoscono e nessuno può dire apertamente.
Per capire meglio i termini di questo ultra-elitismo che domina l’evento di Davos. Uno dei suoi presidenti è Larry Fink, fondatore e amministratore delegato di BlackRock. Che non è una multinazionale qualsiasi, ma una delle imprese che ha letteralmente in mano il processo di finanziarizzazione del mondo.
È noto che il neoliberismo nasce innanzitutto – nei suoi manifesti programmatici – come una teoria e pratica del management.
Una precisa messa in ordine dell’organizzazione del ciclo produttivo (e riproduttivo) che cercasse in tutti i modi di operare per spostare definitivamente e compiutamente la sovranità dalle imperfette classi dirigenti elette democraticamente alle élites economiche, le sole in grado di governare il ciclo sociale rendendolo perfettamente aderente all’accelerazione del capitale.
In questo contesto ha parlato Carney. Che è anch’egli un personaggio niente male.
Economista, cresciuto a pane e neoliberismo, la politica è solo il suo ultimo recente approdo. Con una carriera non troppo dissimile da miti italiani – penso a Mario Draghi, principalmente – ha assunto ruoli apicali per Goldman Sachs prima di essere per sette anni il primo governatore straniero della Banca d’Inghilterra.
Evitiamo dunque di farne l’ennesimo idolo della sinistra, potremmo rimanere anche più delusi del solito.
Ma perché dunque un politico che appartiene così intensamente alla stirpe dei potenti ha messo via l’arte della menzogna e della dissimulazione e ha improvvisamente deciso di vuotare il sacco e dire la verità?
E in che consiste questa verità che Carney ha scelto di confessare davanti ai suoi colleghi?
Curiosamente, l’apologo raccontato da Havel si trova contenuto in un libro dal titolo emblematico: ‘Il potere dei senza potere’. Le imprese e le nazioni – coloro a cui Carney rivolge i suoi appelli e le sue speranze – non mi pare appartengano all’elenco dei senza potere.
Le imprese e le nazioni sono piuttosto i soggetti che hanno sviluppato in forma egemonica quell’ordine del discorso contenuto nel cartello che noi – non il fruttivendolo di Havel – dovremmo togliere.
Quando il fruttivendolo di Havel, quando ha smesso di riporre la sua speranza nel comunismo reale, ha affisso il giorno dopo – in tutta fretta e senza troppe discussioni – il cartello che inneggiava al capitalismo.
Che ciò a cui stiamo assistendo è per il capitalismo (per una sua specifica versione che ha dominato per ottant’anni) ciò che è stato per il comunismo il 1989.
Ecco, sono proprio quei cartelli che inneggiavano al capitalismo che adesso dobbiamo trovare il coraggio di togliere su cui c’è stato scritto, per esempio: “capitalisti di tutto il mondo, unitevi”. (Sergio Labate)
“E l’Europa? Avversaria di Washington, e non da oggi. Se, con ogni probabilità, la difesa del dollaro nei mercati mondiali e la conseguente ostilità alla nascita dell’euro erano e restano le ragioni di questo accanimento statunitense, contro un’Europa unita e sovrana?
Quella programmata dai firmatari del manifesto di Ventotene e che ispirarono il trattato di Roma e tanti uomini di Stato, da Jean Monnet a Jacques Delors.
Via via che l’egemonia di Washington è andata evaporando, l’unità politica di un mercato di circa 500 milioni di persone, con una forte impronta socialdemocratica,
Oggi come oggi, il sogno di Madeleine Albright e di Victoria Nuland (“Fuck Europe!“, ovvero “L’Unione Europea si fotta!) – tanto per fare due nomi significativi – prima ancora che di Donald Trump, si è pressoché avverato.
La gestione di Ursula von der Leyen, favorita dalle convergenze sovraniste di Baltici e dei paesi di Visegrad, ha fatto dell’Unione Europea un docile strumento di Washington sotto lo sguardo compiaciuto di Mosca.
La propaganda di guerra, alimentata dagli eventi sanguinosi in Ucraina e Palestina, ha determinato una politica di riarmo a servizio del complesso militare-industriale statunitense che preclude una difesa europea, con relative economie di scala, che presuppone una politica estera integrata.
Il ruolo anacronistico di minaccia credibile della Russia di Putin viene consolidato con l’interruzione degli acquisti di gas e petrolio da Mosca – e con il sabotaggio occidentale del gasdotto NordStream 2 che riforniva la Germania –, con la politica delle sanzioni e il congelamento delle risorse finanziarie russe in Europa.
Allo stesso tempo gli Stati Uniti di Trump rilanciano e addirittura teorizzano in un documento ufficiale la loro tradizionale politica in Europa, fondata su prevaricazioni di politica estera e anche interna ai suoi singoli stati.
Eppure una diversa Europa, ispirata da quella delle origini, potrebbe prendere il suo posto in un mondo multipolare più pacifico, segnare la fine del prolungamento della Guerra fredda, persino stimolare una svolta di Stati Uniti e Russia, ancora impegnati nella sua spartizione in sfere d’influenza.
Un mutamento di direzione che consentirebbe un’equa distribuzione delle risorse, una libertà di scambi come condizione di convivenza pacifica e produttiva nella salvaguardia ecologica del globo. (Gian Giacomo Migone)
“Nel periodo successivo alla Guerra Fredda, all’Europa fu offerta la più chiara opportunità di sfuggire al ciclo distruttivo per cui ogni volta che ci sia stata l’opportunità storica di includere la Russia in una “casa comune” le scelte prese dal Vecchio Continente sono sempre andate in direzione opposta.
La visione di Gorbaciov di una “Casa Comune Europea” e la Carta di Parigi articolavano un ordine di sicurezza basato sull’inclusione e l’indivisibilità. L’Europa scelse invece l’espansione della NATO, l’asimmetria istituzionale e un’architettura di sicurezza costruita attorno alla Russia anziché con essa. Questa scelta non fu casuale. Rifletteva una grande strategia anglo-americana – articolata in modo più esplicito da Zbigniew Brzezinski – che considerava l’Eurasia come l’arena centrale della competizione globale e la Russia come una potenza a cui impedire di consolidare la sicurezza o l’influenza.
Le conseguenze di questo lungo periodo di disprezzo per le preoccupazioni russe in materia di sicurezza sono ora visibili con brutale chiarezza. La guerra in Ucraina, il crollo del controllo degli armamenti nucleari, gli shock energetici e industriali dell’Europa, la nuova corsa agli armamenti europea, la frammentazione politica dell’UE e la perdita di autonomia strategica dell’Europa non sono aberrazioni. Sono i costi cumulativi di due secoli di rifiuto dell’Europa di prendere sul serio le preoccupazioni della Russia in materia di sicurezza.
La mia conclusione è che la pace con la Russia non richiede una fiducia ingenua. Richiede il riconoscimento che una sicurezza europea duratura non può essere costruita negando la legittimità degli interessi di sicurezza russi. Finché l’Europa non abbandonerà questo riflesso, rimarrà intrappolata in un circolo vizioso di rifiuto della pace quando è disponibile, e di pagamento di prezzi sempre più alti per farlo.” (Jeffrey Sachs)
La russofobia europea e il rifiuto della pace da parte dell’Europa: un fallimento lungo due secoli



